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Archive for ottobre 2010

Riflessioni d’Autunno

La libertà di esprimere il proprio pensiero in alcuni luoghi la si rispetta poiché è la prima forma di civiltà; in altri, la libertà, è soggetta alle formalità burocratiche e di convenienza.

Il pensare indipendente è spesso stato in passato, storia docet, ostacolato dagli uomini di  potere che traevano la loro autorità dalla divisione delle masse; l’ignoranza popolare di quei tempi, così come la disinformazione di oggi, assicuravano l’assoluta governabilità, che non può prescindere dalla omologazione del pensiero.

Questo accadeva già nelle urbis romane, poi nelle campagne dei Regni d’Italia, e accade oggi  nei nostri comuni e nelle altre città: ma si giunge al limite della ragionevolezza dinanzi ad una collettività che sostiene la vacuità mentale, la spersonalizzazione e la negazione di alcune fondanti libertà dell’uomo,  poiché il pensare “diverso”  non è più una risorsa od una nota di merito ma solo un’idea arrogante.

Chi resta eredita dalla famiglia l’appartenenza ad un gruppo politico e sociale, aderisce cioè ad una determinata dimensione etica, acquisisce il parametro morale di giudizio comportamentale del proprio gruppo, costruisce il concetto di una giustizia distributiva contestuale e d’occasione.

Chi invece resta, ed è  consapevole che il patrimonio è nella propria terra, costruisce un pensiero autonomo,  genero delle tradizioni, degli usi e costumi popolani, ma libero da  precetti di dubbia onestà culturale, perpetuati nel tempo per giustificare il benessere sociale dei pochi e tramandati nelle camuffate vesti di retaggi popolari.

Accade così che le idee innovative, quelle “rivoluzionarie”, che richiedono lo sforzo del dubbio, che costringono al confronto reale, e  matrici preziose di cambiamenti sociali, siano prontamente emarginate, e pagano lo scotto di un risentimento collettivo che invoca la difesa di un fantomatico equilibrio indotto di un perverso “pensiero di gruppo”.

Comunità costruite sull’adulazione di valori effimeri, testimoni di un effetto Veblen per cui l’ esibire beni costosi  riveste un carattere di “esclusività”,giudicato positivamente e che reclama   referenza.

Succede allora che le persone di coerenza, riluttanti al processo cognitivo semi-conscio che stempera  la dissonanza tra pensiero e atto e obnubila i rimorsi, fondamentali all’analisi dell’auto- coscienza, decidano che questo non è il posto per loro, e vanno via.

Malgrado la tradizione di “popoli di emigranti”, riservo ancora un profondo rammarico per il vuoto inglorioso che si lascia quando il pensiero cessa di essere libero.

Claudia Orsino

 

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I dolori del giovane Werther

A chi ti dice che il lavoro non c’è ma se vuoi “faticare” si trova, che tradotto vuol dire 14 ore al giorno a 2 euro l’ora, senza contributi, senza assistenza medica e le ferie te le paghi tu;
A chi lavora negli enti pubblici, nei Municipi, alle Poste, agli Uffici delle Entrate, alle Province, e ti risponde che non si ricorda il nome del collega che stà nell’ufficio accanto perché in orario di lavoro, ha chiuso la porta e se ne è andato e tu, cretino di un cittadino che pensavi di ricevere il servizio che paghi con le tasse, resti lì venti e più minuti ad aspettare con il collega che, nonostante l’amnesia, se la ride alle tue spalle;
A chi fa il medico, o il commercialista, o l’avvocato, o il manager d’azienda, e sfila prosperoso nelle strade e tra i bar del Paese e di cui la gente dice : – lui si che ha i “coglioni”-, e non solo ce li ha ma te li fa pure vedere, e che ti chiede: – come mai ancora non ti sei laureato? – e l’unica risposta corretta è perché tu i libri li hai studiati, perché il tuo cognome non lo conosce nessun professore ( e nessun rettore), perché tu le tasse non te le paghi con gli affitti dei negozi e della case di mamma e papà, perché tu non sei iscritto alla Luiss, perché tu non hai l’appartamento di papà sotto la facoltà, perché tu i coglioni ce li hai ma non convengono a nessuno;
A chi ti dice : -senti a me” vavattenne “ , qua non farai mai bene perché la mentalità quella è, non cambia – e tu pensi che tra i due non sei tu a dovertene andare perché tu qui ci vuoi stare e vuoi provare pure a cambiare ;
A chi in mezzo alla strada parla della follia dei mariti che ammazzano le mogli, dei figli che ammazzano i genitori, degli stranieri che rubano nelle case e violentano le donne, dei barboni che quella vita la fanno per scelta, della vivisezione sugli animali che è necessaria per guarire le malattie: fateci un piacere parlate di cellulari;
A chi riverisce quelli che parcheggiano la mercedes in seconda fila ma negli uffici pubblici diventano sempre i primi della fila perché hanno parcheggiato in seconda fila e quindi bisogna che facciano presto sennò gli fanno la multa, che poi manco la pagano, ma che importa tanto la gente lo capisce che loro sono uomini d’ affari, sono POLITICI, e quindi – prego passate pure avanti che magari un giorno vi ricorderete di me e mi farete un piacere, mi troverete un posto di fatica per mio nipote, chiuderete un occhio sullo scontrino, mi informerete sui concorsi pubblici, o sulle gare d’appalto ;
A chi ti dice che i santi in Paradiso vanno pregati sennò i miracoli li fanno agli altri;
A chi si candida alle elezioni e ti dimostra il suo impegno vero portandolo fino a dentro casa tua;
A chi – dobbiamo sviluppare le risorse del nostro Paese – a patto che ci si guadagni qualcosa;
per chi di queste, e tante, ma tante altre pagliacciate non ne può più, e da qua non se non vuole andare perché questa è la sua Terra, per voi , per me e forse per i nostri figli, chiudiamo il sipario e finiamola con questa triste commedia.

Claudia Orsino

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