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La libertà di esprimere il proprio pensiero in alcuni luoghi la si rispetta poiché è la prima forma di civiltà; in altri, la libertà, è soggetta alle formalità burocratiche e di convenienza.

Il pensare indipendente è spesso stato in passato, storia docet, ostacolato dagli uomini di  potere che traevano la loro autorità dalla divisione delle masse; l’ignoranza popolare di quei tempi, così come la disinformazione di oggi, assicuravano l’assoluta governabilità, che non può prescindere dalla omologazione del pensiero.

Questo accadeva già nelle urbis romane, poi nelle campagne dei Regni d’Italia, e accade oggi  nei nostri comuni e nelle altre città: ma si giunge al limite della ragionevolezza dinanzi ad una collettività che sostiene la vacuità mentale, la spersonalizzazione e la negazione di alcune fondanti libertà dell’uomo,  poiché il pensare “diverso”  non è più una risorsa od una nota di merito ma solo un’idea arrogante.

Chi resta eredita dalla famiglia l’appartenenza ad un gruppo politico e sociale, aderisce cioè ad una determinata dimensione etica, acquisisce il parametro morale di giudizio comportamentale del proprio gruppo, costruisce il concetto di una giustizia distributiva contestuale e d’occasione.

Chi invece resta, ed è  consapevole che il patrimonio è nella propria terra, costruisce un pensiero autonomo,  genero delle tradizioni, degli usi e costumi popolani, ma libero da  precetti di dubbia onestà culturale, perpetuati nel tempo per giustificare il benessere sociale dei pochi e tramandati nelle camuffate vesti di retaggi popolari.

Accade così che le idee innovative, quelle “rivoluzionarie”, che richiedono lo sforzo del dubbio, che costringono al confronto reale, e  matrici preziose di cambiamenti sociali, siano prontamente emarginate, e pagano lo scotto di un risentimento collettivo che invoca la difesa di un fantomatico equilibrio indotto di un perverso “pensiero di gruppo”.

Comunità costruite sull’adulazione di valori effimeri, testimoni di un effetto Veblen per cui l’ esibire beni costosi  riveste un carattere di “esclusività”,giudicato positivamente e che reclama   referenza.

Succede allora che le persone di coerenza, riluttanti al processo cognitivo semi-conscio che stempera  la dissonanza tra pensiero e atto e obnubila i rimorsi, fondamentali all’analisi dell’auto- coscienza, decidano che questo non è il posto per loro, e vanno via.

Malgrado la tradizione di “popoli di emigranti”, riservo ancora un profondo rammarico per il vuoto inglorioso che si lascia quando il pensiero cessa di essere libero.

Claudia Orsino

 

A chi ti dice che il lavoro non c’è ma se vuoi “faticare” si trova, che tradotto vuol dire 14 ore al giorno a 2 euro l’ora, senza contributi, senza assistenza medica e le ferie te le paghi tu;
A chi lavora negli enti pubblici, nei Municipi, alle Poste, agli Uffici delle Entrate, alle Province, e ti risponde che non si ricorda il nome del collega che stà nell’ufficio accanto perché in orario di lavoro, ha chiuso la porta e se ne è andato e tu, cretino di un cittadino che pensavi di ricevere il servizio che paghi con le tasse, resti lì venti e più minuti ad aspettare con il collega che, nonostante l’amnesia, se la ride alle tue spalle;
A chi fa il medico, o il commercialista, o l’avvocato, o il manager d’azienda, e sfila prosperoso nelle strade e tra i bar del Paese e di cui la gente dice : – lui si che ha i “coglioni”-, e non solo ce li ha ma te li fa pure vedere, e che ti chiede: – come mai ancora non ti sei laureato? – e l’unica risposta corretta è perché tu i libri li hai studiati, perché il tuo cognome non lo conosce nessun professore ( e nessun rettore), perché tu le tasse non te le paghi con gli affitti dei negozi e della case di mamma e papà, perché tu non sei iscritto alla Luiss, perché tu non hai l’appartamento di papà sotto la facoltà, perché tu i coglioni ce li hai ma non convengono a nessuno;
A chi ti dice : -senti a me” vavattenne “ , qua non farai mai bene perché la mentalità quella è, non cambia – e tu pensi che tra i due non sei tu a dovertene andare perché tu qui ci vuoi stare e vuoi provare pure a cambiare ;
A chi in mezzo alla strada parla della follia dei mariti che ammazzano le mogli, dei figli che ammazzano i genitori, degli stranieri che rubano nelle case e violentano le donne, dei barboni che quella vita la fanno per scelta, della vivisezione sugli animali che è necessaria per guarire le malattie: fateci un piacere parlate di cellulari;
A chi riverisce quelli che parcheggiano la mercedes in seconda fila ma negli uffici pubblici diventano sempre i primi della fila perché hanno parcheggiato in seconda fila e quindi bisogna che facciano presto sennò gli fanno la multa, che poi manco la pagano, ma che importa tanto la gente lo capisce che loro sono uomini d’ affari, sono POLITICI, e quindi – prego passate pure avanti che magari un giorno vi ricorderete di me e mi farete un piacere, mi troverete un posto di fatica per mio nipote, chiuderete un occhio sullo scontrino, mi informerete sui concorsi pubblici, o sulle gare d’appalto ;
A chi ti dice che i santi in Paradiso vanno pregati sennò i miracoli li fanno agli altri;
A chi si candida alle elezioni e ti dimostra il suo impegno vero portandolo fino a dentro casa tua;
A chi – dobbiamo sviluppare le risorse del nostro Paese – a patto che ci si guadagni qualcosa;
per chi di queste, e tante, ma tante altre pagliacciate non ne può più, e da qua non se non vuole andare perché questa è la sua Terra, per voi , per me e forse per i nostri figli, chiudiamo il sipario e finiamola con questa triste commedia.

Claudia Orsino

Discorso pronunciato da Pietro Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 Febbraio 1950

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private.

Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”

(Pubblicato nella rivista Scuola Democratica, 20 marzo 1950)

Qualche giorno fa sul blog c’è stato un incontro interessante. Tra me che scrivo ed un lettore, firmatosi altro, che ha proposto di scrivere un articolo a più mani.
Mi ha chiesto di scegliere un argomento, io ho pensato al parco regionale del matese.
Mi sembra interessante che io, questo lettore o chiunque voglia, possa scrivere una sua considerazione su un argomento che riguarda chiunque nel Matese ci abita.
Per capire come immaginiamo e come vorremmo che fosse il Parco.
Per scrivere questo articolo avrete tempo fino ad inizio settembre, periodo in cui il blog ritornerà a funzionare.
Gli articoli di tutti, compreso il mio, verranno scritti come commenti a questo post.
Ogni articolo potrà restare anonimo ma sarà soggetto alla mia approvazione.
Vi auguro buone vacanze.

Antonio Di Tucci

Asini Italiani 2

La prima volta è successo il putiferio. Un popolo in subbuglio. Dissi che gli italiani sono un popolo di asini, con il dovuto rispetto degli asini. Tutti sul piede di guerra ad invocare l’italianissima dignità e maestosità.

Ma quando leggo i giornali, quando ascolto la radio, non posso fare altro che convincermi che la mia considerazione non era sbagliata. Che quanto dicevo non era solo uno sfogo, un tentativo per provocare qualche lettore più sensibile, ma una realtà concreta.

Siamo sotto assedio. Siamo gli unici a vivere in un paese in cui la verità non esiste. Non ci sono giornali, non c’è il diritto, non c’è il popolo.

In nessun paese del mondo, a parte i paesi sotto dittatura, potrebbe succedere quello che succede da noi. La classe politica emana leggi a suo piacimento e nessuno batte ciglio. Si avvicina l’estate, si avvicina la vacanza e quando l’asino deve andare a vacanza…. cascasse il mondo!

Il lodo Alfano, le intercettazioni eliminate, i processi bloccati, le leggi razziali. Ieri mi chiedevo, ma la comunità europea dove cazzo sta? Perchè non interviene, perchè non ferma questi pazzi furiosi?

Ma prima di tutto, il popolo dove cazzo sta? L’opposizione dove cazzo sta? La dignità di dire di no, dove cazzo sta?

Siamo asini senza speranza. Vogliamo sicurezza ma blocchiamo i processi, vogliamo che la legge sia rispettata e votiamo chi la legge la gestisce a suo piacimento. Ci lamentiamo di subire soprusi dalla politica ladrona ma davanti all’opportunità non diciamo mai di no.

Aveva ragione qualche giorno fa qualcuno che commentava “quanti Berlusconi ci sono in ognuno di noi”. Siamo asini perchè vogliamo esserlo, ma vogliamo che nessuno ce lo dica!

Adt

Domani si voterà per l’approvazione del Lodo Alfano, con cui si garantisce l’immunità alle quattro più alte cariche dello Stato. La gente sta a guardare, anzi non guarda neanche più. Sembra ci sia ottimismo in giro. Nessuno più parla di politica. Almeno tra le persone che mi stanno attorno. Nessuno più si desta dinanzi a fatti sconvolgenti come, appunto il lodo Alfano, il blocco delle intercettazioni, il blocco dei processi. Qualcuno dice che le cose vanno bene. Che qualche ministro qualcosa la sta facendo. Su questo non c’è dubbio ma a poco serve curare la febbre ad un malato terminale.

SI chiama deficit di democrazia. Un solo uomo che sta piegando un’intera Nazione. I più duri dicono che chi si lamenta è comunista, no global disfattista etc… Ma non sanno quello di cui stanno parlando.

Siamo al paradosso kafkiano. Ci stiamo sgretolando, ne siamo consapevoli ma non facciamo nulla. Anzi, meglio di un paradosso kafkiano, riusciamo a trovare un ottimismo inopportuno. Che mi spiazza.

Un solo uomo dicevo che in campagna elettorale dava del santo ad un mafioso ed oggi definisce la magistratura “cancro della democrazia”. Un uomo colpevole ma prescritto. Un uomo che distrugge tutto quello che può incastrarlo che blocca ogni meccanismo giuridico a suo sfavore.

Come si può rispettare la legge in uno stato dove il primo che non la rispetta è il capo del governo?

E’ questa la domanda a cui cerco risposta! Ma nessuno sa dirmi nulla. Tutto va bene dicono! Ma non lo vedi che qualcosa lo stanno facendo!!!

Se si fosse candidato Sandokan (quello di Casal di Principe, non quello della Malesia) che in cambio di impunità avesse proposto leggine populiste, sarebbe stato lo stesso. Ma almeno saremmo stati tutti d’accordo sulla scarsa propensione al rispetto delle regole di chi ci governa.

Adt